Da "esca" ne "I soliti ignoti" a guerrigliera anti-mafia ne "Il lungo silenzio"

Quando il gioco si fa duro

E' difficile ricostruire il cammino di un'interprete che, per scelta e per inclinazione naturale, ha fatto l'antidiva fin dagli esordi. Eppure, a volerne caratterizzare la crescita e l'evoluzione, viene in mente la metafora del sottile arbusto che via via diventa quercia. Ricordare e rivedere Carla Gravina agli esordi, sottile e delicata nei suoi personaggi appena accennati, l'intraprendente Nicoletta de "I soliti ignoti" che con tutta la sua malizia rischia di diventare l'esca dell'intrepida e disorganizzata banda dei soliti ignoti, la dolce e rassicurante Celeste figlia di Rascel in "Policarpo", l'impalpabile e giocosa ragazzina di "Esterina", "Guendalina" ed "Amore e chiacchiere" che strapperà applausi televisivi con "Il musichiere", fragile presenza dai grandi occhi e il portamento raffinato in un'era che celebrava i bagni sotto i flashes nel Fontanone dell'Anitona Ekberg portabandiera della Dolce Vita è come tuffarci anche noi in un passato che ha poi preso tutt'altre sembianze. 

E' stata la lunga, convinta palestra teatrale che ci ha regalato la Gravina migliore, quella che ha acquisito sicurezza e spessore ed anche al cinema ha cominciato a trovare posto in film più impegnati come "Tutti a casa" e "Jovanka e le altre". L'Italia del boom s'inebetiva davanti alle nozze della Paola Ruffo calabra con Alberto di Liegi, piangeva Fausto Coppi l'indomabile uomo solo al comando, seguiva le disfide a colpi di sputnik fra Russia ed America, salutava Pio XII e imparava ad amare Giovanni XXIII il Papa buono e la diccì imperava, spuntavano gli urlatori a squarciare il panorama melodico, arrivavano i sussulti delle mode americane e poi inglesi con Elvis Presley ed i Beatles. Crescevano i capelli e s'accorciavano le gonne. 
E poi tutto diventava rivoluzione e primi ruggiti politicizzati. Marx e il Che, compagni di banco.
Peccato che alla Gravina ne "I sette fratelli Cervi" sia stata assegnata una parte così paciosa come quella della semianalfabeta e "fattrice" compagna di Aldo, alias Gianmaria Volontè, suo effettivo partner di vita. L'avremmo vista perfetta nel ruolo dell'attivista che è stato dato alla Gastoni. Ma in "Cuore di mamma" già l'anima rovente dell'attrice di razza dava il suo primo grido e in "Alfredo Alfredo", pieni anni 70 ormai dominati da fermenti sociali, terrorismo da combattere, nuovi segnali da inviare attraverso i media, Carolina era la donna libera e svincolata e Carla faceva sua la parte con grinta, con una sicurezza indiscussa. Non a caso la Francia s'accorgeva di lei e tutta la sua esperienza d'oltralpe, costellata da notevoli consensi dati da un pubblico d'elite, abbastanza difficile, ne decretavano l'ascesa consolidata e in "Tutta una vita" ne sottolineavano un'ambiguità insidiosa che il taglio corto e gli sguardi corrosivi accentuavano. 
Quante attrici avrebbero decollato fuori dai nostri ristretti, un po' provinciali confini cinematografici? Carla ci riusciva e tornando fra noi ci regalava la "scossa" di un Anticristo molto teatrale. Ormai il palcoscenico ne aveva irrobustito la tempra e il premio a Cannes per "La terrazza" con l'ennesimo personaggio forte, corroso da una voglia d'emancipazione che sfiorava lo yuppismo rampante ed una "mascolinizzazione" che nel film viene "fustigata" come elemento negativo. Ma ben realizzata. Con l'intelligenza di una puledra di rango. 
Tutto questo è stato ancora ne "I giorni del commissario Ambrosio" dove nella figura della moglie del "falso killer" incarnava l'anima tormentata di una madre e moglie rabbiosa, ansiosa, irrequieta fino allo spasimo. Ruolo che ne "Il lungo silenzio" raggiungerà il suo apice e non a caso la giuria del festival di Montreal farà scattare il riconoscimento. Forse per la nostra stereotipata accondiscendenza alle Barbie senza guizzi, un'artista seria, arguta, profonda, con l'artiglio negli occhi e nel timbro di voce come la Gravina, non ha avuto gli spazi giusti. E più che al cinema, ha scucchiaiato successi in teatro (peccato quel forfait dell'ultim'ora al "Caligola" del '93 che nelle premesse ammiccava ad una rivisitazione in chiave punk) ed anche nelle sue interpretazioni televisive, se è vero che nel ruolo della misteriosa e intrigante Lucia, con poche scene ha lasciato un'impronta indelebile. Ed il vero segno del comando, è stato il suo. Ultima osservazione: la Gravina adulta è in escalation sempre più diretta, sempre più coriacea. E' come se portasse in sé i segni della battaglia politica affrontata anche in Parlamento, assimilata dagli ideali del suo compagno di vita Volontè e poi vissuta in prima persona senza tanti orpelli. Pare quasi che sia rimasta in scena per recitare due parti, lasciando libero il suo "animus" maschile senza più comprimerlo, soffocarlo. Ed è una dote che l'ha trasformata in interprete completa. Peccato davvero che si stiano vivendo tempi balordi per cinema e TV ed il suo orgoglio da "guerrigliera intimista" (dotata di forte autoironia, però: qualcuno ricorderà il suo smoking maschile col bastone per "giocare" sulla sua recente frattura, nella serata finale del Festival di Venezia '93 dove fu giurata doc) abbia scelto, speriamo momentaneamente, la via dell'esilio, evitando quella del disonore. Mischiarsi a certe produzioni seriali insulse sarebbe stato dare un calcio ad una carriera da "leader ultraprofessionale" che la banalità di uno scellerato show-business non ha il diritto d'intaccare.

P.W.

Carla, non farlo!

La morte e la fanciulla

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