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E' successo anche a me e ne
conosco il sapore acre. Ho pensato a Carla depressa, abbattuta,
sovrastata dal dolore, dal tunnel buio in cui si sentiva cadere,
scorgendo sparire via via tanti punti di riferimento, volti amici, sogni
divisi in comune che se ne andavano in dissolvenza, strette di mano che
perdevano compattezza e lasciavano dita tese ad afferrare il vuoto. Ho
capito quanto deve esserle costato abbandonare un mondo fatuo e
luccicante di paillettes all'apparenza eppure così carico di fascino,
soprattutto per una come lei che l'ha sempre interpretato con serietà
impressionante.
"Immobile, resto a fissare il vuoto. Inebetita,
ferma come una statua. Immagine ritagliata sullo sfondo silenzioso di un
sacrario profanato. Una statua su cui il folle ha picconato la sua furia
devastatrice. La morte è qualcosa di più che un'assenza. È come uno
strappo violento che ti estorce un frammento di vita. Dall'intimo,
sbriciolandoti sciacallo le viscere dell'anima. Sfondando il muro della
tua muta indifferenza a quel che è già stato ed ormai ricordi come un
fantasma trascorso, snebbiato dei suoi connotati terrei e minacciosi,
mai più obbligato a perseguitarti. La morte una realtà spietata cui
non puoi opporre che impotenza. Non ti lascia via di scampo, né
possibilità di reazione. È un colpo d'ala che stacca via violento un
tuo lembo di pelle viva. Senza anestetico. Annulla la presunzione umana
di poter gestire sempre e comunque. Irretisce. Puoi solo abituartici,
fartela aderire addosso, adattarti a conviverci. Con quell'idea
massacrante che un tuo stralcio di vita abbia subito una sterzata di
percorso, sia stata privata di un elemento determinante. Di un
ingrediente essenziale che ti eri convinto dovesse restare lì in
eterno, anche se non l'avresti mai più riassaggiato."
Queste
parole le ho scritte io, nella prima pagina di "Mia Forever".
Penso che Carla, le abbia pensate a suo modo anche lei. Credo fermamente
che in un attimo i tempi felici del debutto, i suoi sogni da sedicenne
ed il grande cinema, il salto nella dimensione onirica e poi la scuola
teatrale, l'incontro con Volontè, la nascita di Giovanna e poi
l'impegno, la contestazione, i grandi autori affrontati sotto l'occhio
critico del pubblico e della stampa ed ancora i grandi sceneggiati TV e
poi la Francia e l'Anticristo e i premi a Cannes e Montreal, d'un colpo
si siano dissolti in una smorfia di disperazione. Tutto sia esploso in
un'enorme bolla di sapone ormai frantumata. Neanche più un'impronta,
una scheggia di felicità da accarezzare. Tutto regalato al passato.
Succede, nella vita. Ci si ritrova al capolinea, pur avendo accumulato
tante speranze, archiviato tante battaglie. Arriva l'attimo in cui i
grandi ideali non servono più. Se non a sopravvivere. E ci si domanda a
volte anche se valga la pena, visto che poi è tutto così transitorio,
così ineffabilmente beffardo. E la paura che ti faceva il pubblico o
anche la folla dei critici che tutto sanno, appare al confronto un
assurdo. Perché c'è un giudice-boja ben più spietato che non
risparmia teste mozzate e procede implacabile la sua corsa.
E' stata
forse la fanciulla Carla (perché in ognuno di noi continua a vivere
l'adolescente incurante del pericolo e del dramma), ancora piena di
sorrisi e fragilità come in quel lontano debutto con Lattuada ad esser
colpita nella mente e nel cuore dalla crudeltà incomprensibile di quei
distacchi. Perché perdere un amico, un amore, un affetto non è come
quando si spengono le luci ed il sipario cala e poi domani è un'altra
serata e si ricomincia. E' proprio staccare del tutto un contatto. E'
dover proseguire da solo. Con quel fardello di ricordi a farti solo
male.
Mio lo smarrimento il rifiuto di tutto,
mio il dramma
mio il grido
più forte
amplificato fino a sfondare il muro del suono
e tornarmi
indietro, rovesciandomisi addosso
in un'eco inconsulta e rovinosa
destinata a perpetuarsi all'infinito.
Ed ecco ancora le mie parole, i
miei pensieri nella poesia "Possesso" scritta per celebrare un
trauma violento, un distacco da due amiche con cui ho condiviso sogni
comuni di gioia e ribellione e che ho visto sparire via in un boato, a
quell'incrocio maledetto. Ognuno ha i suoi incroci, ognuno ha i suoi
drammi, ognuno ha i suoi abissi sconfinati. Ed in quel momento, nessun
altro può sorreggere la tua disperazione. Sei solo con la tua rabbia
sorda. Ognuno, confrontandosi con la Dea Morte finisce per dirsi:
Che
mostro eccezionale sei
Altro che le mie stupide velleità terrene
Io ho saputo solo far confusione e dibattermi nell'ansia
Ma tu sei la morte, sei qualcuno
Io sono solo una povera illusa
sospesa tra realtà e sogno
condannata a vivere di ricordi".
E
sono ancora io a urlare nel mio "Mostruoso en plein". Fatto
sta che Carla non c'è più tornata, su quelle scene. Forse la vita
teatrale è faticosa, forse semplicemente non ha più trovato lo slancio
per riprendere. Forse si è spezzato qualcosa. E' partita una molla,
magari la fiducia. Forse ha pensato che non è tutto come sulla scena
dove si spengono le luci, cala il sipario e poi domani si ricomincia.
Oppure, se è cinema, fra pochi mesi è un nuovo ciak, un nuovo set. E
quando è vita vera, la parola "fine" resta impressa ed è
complicato cancellarla. E, per quanto il teatro come tutte le forme
d'arte sia finzione, rappresentazione, imitazione di vita, purtroppo poi
si fa i conti con l'esistenza reale di noi piccoli comuni terrestri. E
non basta scendere da attori o poeti nell'Ade a recitare la parte di
Faust o Ulisse o Enea. Il dolore a volte lascia un segno che nulla
cancellerà più. E ci mozzerà la voce ogni volta che tenteremo un
altro grido.
E' così che muoiono i sogni, generalmente all'alba. Ed è
così che proseguono gli incubi. Ed ogni attimo è buono.
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