E' nato dai grandi distacchi dolorosi, il rifiuto delle scene?

 

La morte e la fanciulla

 

"Spero di tornare sulle scene in un momento più felice". Parole di Carla pronunciate alla vigilia di un nuovo forfait. Doveva recitare, da più che credibile protagonista nel ruolo di Annie nell'adattamento teatrale di "Misery non deve morire", regia di Ugo Chiti, produzione Giancarlo Zanetti. L'addio forzato a Giancarlo Sbragia (con cui aveva messo in scena "La morte e la fanciulla" di Dorfman), a Duccio Tessari (che l'aveva diretta in "Big Guns" e a cui era legata da profondo affetto) ed infine al compagno di tanti anni di vita Gianmaria Volontè ne avevano minato la serenità, l'equilibrio, precipitandola nella depressione. Era il 16 dicembre '94 ed all'epoca Zanetti disse di lei "Carla sembra una donna forte ma in realtà ha un animo profondamente fragile". Scoprendo quest'articolo nell'archivio del Corsera in una minuziosa ricerca dei motivi che possono averla condotta all'abbandono delle scene (cinematografiche, teatrali e televisive) ho immaginato il suo travaglio psichico e mi sono data forse un "perché" di questo rifiuto così drastico e duraturo di un universo apparentemente patinato e frivolo che promette molto e poi leva di colpo tutto. Come tutta la vita, d'altronde. Al di là anche del virus "immagine" targato Mediaset ("Ho scontato l'impegno politico a sinistra." aveva detto Carla nel '93, nell'attimo di trionfo con "il lungo silenzio", commentando la sua assenza dagli schermi TV). 
Vivere nel grande circo dello spettacolo fa sentire grandiosi equilibristi e croupier d'alto rango, finché la ruota gira. Finché ci sono flashes addosso, guadagni facili, interviste, copertine sui giornali e il pensiero non corre sui binari della paura, della tristezza, del distacco. Carla aveva già assommato esperienze di riflessione intensa nell'arco della sua carriera. La delicata protagonista di "Guendalina" e "Amore e chiacchiere" era passata attraverso la rivolta, l'emancipazione, gli anni di piombo, l'impegno politico. Aveva abbandonato i sorrisi facili per vestirsi di travaglio interiore, ad una scuola teatrale che dà certamente altri input. Traduce radicalmente il talento in sofferenza. Ma la sofferenza vera, forse, doveva ancora arrivare. Da Volontè si era staccata dopo anni di rapporto sentimentale. Ma slacciarsi da certi vincoli non è mai totale. Arriva un momento in cui l'essere umano scopre i propri limiti. Si vede franare attorno i castelli di carta e si domanda fin quando potrà coltivare l'assurdo sogno di varcare le Colonne d'Eracle. 

E' successo anche a me e ne conosco il sapore acre. Ho pensato a Carla depressa, abbattuta, sovrastata dal dolore, dal tunnel buio in cui si sentiva cadere, scorgendo sparire via via tanti punti di riferimento, volti amici, sogni divisi in comune che se ne andavano in dissolvenza, strette di mano che perdevano compattezza e lasciavano dita tese ad afferrare il vuoto. Ho capito quanto deve esserle costato abbandonare un mondo fatuo e luccicante di paillettes all'apparenza eppure così carico di fascino, soprattutto per una come lei che l'ha sempre interpretato con serietà impressionante. 
"Immobile, resto a fissare il vuoto. Inebetita, ferma come una statua. Immagine ritagliata sullo sfondo silenzioso di un sacrario profanato. Una statua su cui il folle ha picconato la sua furia devastatrice. La morte è qualcosa di più che un'assenza. È come uno strappo violento che ti estorce un frammento di vita. Dall'intimo, sbriciolandoti sciacallo le viscere dell'anima. Sfondando il muro della tua muta indifferenza a quel che è già stato ed ormai ricordi come un fantasma trascorso, snebbiato dei suoi connotati terrei e minacciosi, mai più obbligato a perseguitarti. La morte una realtà spietata cui non puoi opporre che impotenza. Non ti lascia via di scampo, né possibilità di reazione. È un colpo d'ala che stacca via violento un tuo lembo di pelle viva. Senza anestetico. Annulla la presunzione umana di poter gestire sempre e comunque. Irretisce. Puoi solo abituartici, fartela aderire addosso, adattarti a conviverci. Con quell'idea massacrante che un tuo stralcio di vita abbia subito una sterzata di percorso, sia stata privata di un elemento determinante. Di un ingrediente essenziale che ti eri convinto dovesse restare lì in eterno, anche se non l'avresti mai più riassaggiato." 
Queste parole le ho scritte io, nella prima pagina di "Mia Forever". Penso che Carla, le abbia pensate a suo modo anche lei. Credo fermamente che in un attimo i tempi felici del debutto, i suoi sogni da sedicenne ed il grande cinema, il salto nella dimensione onirica e poi la scuola teatrale, l'incontro con Volontè, la nascita di Giovanna e poi l'impegno, la contestazione, i grandi autori affrontati sotto l'occhio critico del pubblico e della stampa ed ancora i grandi sceneggiati TV e poi la Francia e l'Anticristo e i premi a Cannes e Montreal, d'un colpo si siano dissolti in una smorfia di disperazione. Tutto sia esploso in un'enorme bolla di sapone ormai frantumata. Neanche più un'impronta, una scheggia di felicità da accarezzare. Tutto regalato al passato. Succede, nella vita. Ci si ritrova al capolinea, pur avendo accumulato tante speranze, archiviato tante battaglie. Arriva l'attimo in cui i grandi ideali non servono più. Se non a sopravvivere. E ci si domanda a volte anche se valga la pena, visto che poi è tutto così transitorio, così ineffabilmente beffardo. E la paura che ti faceva il pubblico o anche la folla dei critici che tutto sanno, appare al confronto un assurdo. Perché c'è un giudice-boja ben più spietato che non risparmia teste mozzate e procede implacabile la sua corsa. 
E' stata forse la fanciulla Carla (perché in ognuno di noi continua a vivere l'adolescente incurante del pericolo e del dramma), ancora piena di sorrisi e fragilità come in quel lontano debutto con Lattuada ad esser colpita nella mente e nel cuore dalla crudeltà incomprensibile di quei distacchi. Perché perdere un amico, un amore, un affetto non è come quando si spengono le luci ed il sipario cala e poi domani è un'altra serata e si ricomincia. E' proprio staccare del tutto un contatto. E' dover proseguire da solo. Con quel fardello di ricordi a farti solo male. 

Mio lo smarrimento il rifiuto di tutto, 
mio il dramma 
mio il grido più forte 
amplificato fino a sfondare il muro del suono 
e tornarmi indietro, rovesciandomisi addosso 
in un'eco inconsulta e rovinosa 
destinata a perpetuarsi all'infinito. 

Ed ecco ancora le mie parole, i miei pensieri nella poesia "Possesso" scritta per celebrare un trauma violento, un distacco da due amiche con cui ho condiviso sogni comuni di gioia e ribellione e che ho visto sparire via in un boato, a quell'incrocio maledetto. Ognuno ha i suoi incroci, ognuno ha i suoi drammi, ognuno ha i suoi abissi sconfinati. Ed in quel momento, nessun altro può sorreggere la tua disperazione. Sei solo con la tua rabbia sorda. Ognuno, confrontandosi con la Dea Morte finisce per dirsi:

Che mostro eccezionale sei
Altro che le mie stupide velleità terrene
Io ho saputo solo far confusione e dibattermi nell'ansia
Ma tu sei la morte, sei qualcuno
Io sono solo una povera illusa
sospesa tra realtà e sogno
condannata a vivere di ricordi".

E sono ancora io a urlare nel mio "Mostruoso en plein". Fatto sta che Carla non c'è più tornata, su quelle scene. Forse la vita teatrale è faticosa, forse semplicemente non ha più trovato lo slancio per riprendere. Forse si è spezzato qualcosa. E' partita una molla, magari la fiducia. Forse ha pensato che non è tutto come sulla scena dove si spengono le luci, cala il sipario e poi domani si ricomincia. Oppure, se è cinema, fra pochi mesi è un nuovo ciak, un nuovo set. E quando è vita vera, la parola "fine" resta impressa ed è complicato cancellarla. E, per quanto il teatro come tutte le forme d'arte sia finzione, rappresentazione, imitazione di vita, purtroppo poi si fa i conti con l'esistenza reale di noi piccoli comuni terrestri. E non basta scendere da attori o poeti nell'Ade a recitare la parte di Faust o Ulisse o Enea. Il dolore a volte lascia un segno che nulla cancellerà più. E ci mozzerà la voce ogni volta che tenteremo un altro grido. 
E' così che muoiono i sogni, generalmente all'alba. Ed è così che proseguono gli incubi. Ed ogni attimo è buono.
 

Quando il gioco si fa duro!

Raniero Costa

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